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Rumori da impianti di ventilazione oltre la normale tollerabilità

La Corte di Cassazione ha affrontato un interessante nonché recente tema relativo alla disciplina delle immissioni sonore, definendo con ciò, l’ormai dibattuta questione inerente il limite di tollerabilità delle stesse.

Da un punto di vista fattuale la fattispecie appare ben delineata, avendo il proprio incipit nel ricorso nanti la Suprema Corte, proposto dalla Società X, titolare di un salumificio sito in uno stabile condominiale.

Oggetto della contesa riguardava l’emissione di rumori provenienti dagli impianti di ventilazione e refrigerazione dei quali si avvaleva l’impresa e che, per l’appunto, venivano ritenute superiori al limite della normale tollerabilità e, come tali, oggetto di immediata censura.

Il Giudice competente in appello riteneva che, le predette immissioni, fossero superiori al criterio della normale tollerabilità (a seguito del confronto del rumore prodotto dall’impianto in oggetto con il rumore di fondo) per tutti gli ambienti campionati sia nel periodo diurno che in quello notturno.

Veniva, pertanto, disposto nella sentenza di secondo grado l’immediato intervento atto alla rimozione delle suddette immissioni, o intervenendo direttamente sul fabbricato o eliminando le stesse fonti dei rumori anche interrompendo il processo lavorativo.

Pertanto, la società x proponeva ricorso dinnanzi la Corte di Cassazione.

 

LA DECISIONE DELLA CORTE

La Suprema Corte ha ribadito il proprio orientamento, ad effetto del quale le leggi ed i regolamenti che disciplinano le attività produttive e che fissano le modalità di rilevamento dei rumori ed i limiti massimi di tollerabilità in materia di immissioni perseguono interessi pubblici, disciplinando in via generale ed assoluta i livelli di accettabilità delle immissioni al fine di assicurare alla collettività il rispetto dei livelli minimi.

Ciò significa che “il superamento di tali livelli è, senza dubbio alcuno, illecito, mentre l’eventuale non superamento non può considerarsi senz’altro lecito, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità essere effettuato alla stregua dei principi stabiliti dall’articolo 844 c.c.

Nel caso di specie, pertanto, la Suprema Corte perveniva alla conclusione che i lamentati rumori provenienti dai locali gestiti dalla società x superassero effettivamente i limiti della normale tollerabilità.

In conclusione, quindi, ritenendo infondati i motivi di gravame addotti dalla ricorrente la Suprema Corte confermava il danno cagionato dalle immissioni sonore e condannava, altresì, la ricorrente alle spese di soccombenza liquidate ex art. 91 c.p.c..